Chi mi segue da un po’conosce già questa storia. Ma per parlare di filo.vero a chi mi legge per la prima volta non posso non raccontarla di nuovo.

Era il 23 luglio 2004. Milano.

39 °C all’ombra.

Una di quelle giornate in cui chi vive a Milano sa che non può sostare in piedi sull’asfalto perché lascerebbe le impronte. In una giornata così promettente, in una Milano deserta di fine luglio, mi sono laureata in Ingegneria Biomedica al Politecnico di Milano. A pieni voti, peraltro (questo inciso serve solo a sottolineare la gravità di quanto dirò in seguito).

Erano gli anni dei primi pc portatili alla portata degli studenti, con cui elaborare (eh sì, perché noi ingegneri usiamo il computer anche come strumento di calcolo ed elaborazione di dati…) e scrivere la tesi. Non tutti potevano permetterseli, costavano ancora tantissimo, per cui l’università aveva creato un servizio di prestito per i laureandi (si chiamava ISU).

Sì lo so, sembra che stia parlando della preistoria, invece erano i primi anni 2000.

Inoltre questi fantastici e rivoluzionari oggetti del desiderio tecnologico pesavano tipo 5 kg l’uno ed avevano varie unità esterne supplementari, per cui era fondamentale munirsi di un’adeguata borsa tecnica per il trasporto. Costosissima anch’essa, oltre che brutta e ingombrante.

Insomma, il regalo TOP per un laureando in ingegneria era un notebook, con annessi e connessi (circolavano anche le prime chiavette USB, udite udite).

In questo clima di rivoluzione tecnologica, presi dall’entusiasmo della prima figlia che faticosamente conquistava la laurea (peraltro in Ingegneria in un prestigioso ateneo….roba di cui andare fieri con gli amici, insomma), i miei genitori mi hanno lasciato carta bianca sul regalo di laurea.

E io ho scelto: UNA BELLA MACCHINA DA CUCIRE.

Non una qualunque, volevo la Ferrari delle macchine da cucire. Dopo un po’ di sgomento, mia madre si è messa alla ricerca ed è arrivata lei: la MIA Bernette 65. “Una piccola macchina meccanica interamente fatta in Svizzera”, aveva detto a mia madre il signor Massino. Una entry level insomma, ma di tutto rispetto.

Mi immagino come devono essersi sentiti i miei genitori, dopo aver sostenuto le spese di una figlia a Milano per oltre 5 anni, con affitti, tasse universitarie, viaggi in treno. Poveretti. Mai ‘na gioia, diremmo adesso. Ma ancora li ringrazio per aver dimostrato fiducia in quella intuizione.

Forse hanno pensato a un capriccio, una piccola evasione dopo tanti anni spesi su numeri e equazioni.

 

In un primo momento, presa come ero dal nuovo lavoro di ricercatrice in università, il mio gioiellino svizzero veniva relegato a piccole riparazioni, qualche orlo di pantaloni e poco altro.

Poi piano piano, con le maternità, la mia anima creativa e gli insegnamenti della nonna sono riaffiorati, sempre più prepotentemente. Affiancati dai bellissimi tutorial che cominciavano a comparire nel web, of course.

La Bernette 65 ha acquisito un posto fisso sulla scrivania di fianco al computer. Un cassetto è stato svuotato da fogli e foglietti per fare spazio a fili e cartamodelli.

Alla fine del 2010, in un momento di cambiamenti lavorativi (passavo da un lavoro da dipendente alla libera professione), per venire incontro a un’esigenza pratica di mio figlio Martino (ci servivano bavaglini belli, da grande, che fossero stilosi come lui) è nato il brand filo.vero.

All’inizio del 2012 il primo vero e-shop su una piattaforma.

Nel 2016 filo.vero diventa il mio lavoro.

Io davvero non so cosa pensino oggi i miei genitori di tutta questa storia. Sicuro è che quella Bernette non era un mio capriccio. Era la mia anima divisa in due che veniva fuori, ancora acerba. Che aveva avuto bisogno di un percorso a curve, a volte in salita, per emergere.

Nulla è capitato a caso, ne sono certa. Tutto è servito. Io sono e rimango un ingegnere di formazione. E sono grata per questo.

Ma una cosa è chiara: un regalo di laurea può cambiarti la vita.