Premessa: questo non è un post polemico. Non è nemmeno un post di lamentele.

È il racconto della MIA personalissima esperienza, del mio percorso di serena consapevolezza. Tuttavia sono certa che la mia esperienza è simile a quella di molte altre donne italiane.

Curriculum vitae:

1998 maturità classica voto 60/60

2004 laurea in Ingegneria Biomedica al Politecnico di Milano

2004-2005 assegno di ricerca presso il Politecnico di Milano per la costruzione di un bioreattore per cartilagine artificiale

Stavo facendo esattamente quello che una ambiziosa e tenace secchiona aveva deciso a 18 anni. Lo stavo facendo pure abbastanza bene. Volevo ricevere qualche riconoscimento per la ricerca, volevo fare qualcosa di sensazionale per la medicina.

Poi, dal 2006, la mia vita è radicalmente cambiata. È esplosa, oserei dire. Una gravidanza difficile e l’arrivo di Martino, un bimbo speciale che richiede tante attenzioni. Nel 2010 è arrivata anche Matilde.

Io, dalla laurea ad oggi, ho sempre lavorato. Ho DOVUTO lavorare. Un po’ mi spiace dirlo, ma in certi momenti avrei preferito poter scegliere e penso ancora che siano donne fortunate quelle che possono scegliere.

Sì perché con 2 mutui (uno per acquistare la casa e uno per ristrutturarla e abbattere le barriere architettoniche, ndr), una tata quasi full time (perché, ahimè, i nonni sono troppo giovani o troppo lontani), 2 automobili e le spese di ordinaria follia di una normale famiglia di 4 persone, uno stipendio solo in Italia spesso non basta.

Ma quello che ho dovuto fare in realtà negli ultimi 10 anni è stato guadagnarmi ogni singolo minuto di lavoro, tra panni da lavare, impegni scolastici ed extrascolastici, malattie dei figli (un vero incubo), fisioterapia, logoterapia, piscina, ecc...

In più io ho avuto la fortuna di farlo con un marito estremamente collaborativo, generoso, attento, disponibile e incoraggiante al mio fianco. Ma, non me ne abbia a male, pur sempre un papà (e per fortuna, dico io).

Così, a 36 anni, mentre sgomitavo nella mia stessa vita per guadagnarmi il dovere di lavorare ogni giorno come ingegnere libero professionista, tra frustrazioni lavorative e sensi di colpa per le mie innumerevoli mancanze da mamma, ho avuto uno di quei lampi di consapevolezza e di lucidità che solo ad una certa età possono venire (dopo i 35 ,ragazzi , si diventa illuminati…): io DEVO lavorare, non ho scelta. Lo devo alla mia famiglia, lo devo ai miei figli. E lo devo anche a me stessa. Proprio per questo ho il dovere di far diventare il lavoro uno spazio che mi faccia respirare, qualcosa per cui sia piacevole (tra le ansie, le corse, le rincorse e le dimenticanze quotidiane) fare la fatica che ogni giorno costa guadagnarsi quei minuti preziosi.

Quindi io questo spazio me lo sono creato. Si chiama filo.vero.

Sgomito ancora ogni giorno per guadagnarmi il dovere di lavorare, ma lo faccio con una serena consapevolezza della mia condizione di mamma e donna lavoratrice. Lo faccio con il sorriso dentro e la vertigine di chi sta seguendo (e inseguendo) il suo progetto. Fosse anche solo per questa conquista di consapevolezza personale, la fatica spesa negli ultimi mesi per dare al mio progetto la dignità di un lavoro vero (in termini di tempo dedicato, energie spese, progettualità e guadagni, naturalmente) è stata già ampiamente ripagata.

Ora sta anche voi regalarmi le soddisfazioni e le gratificazioni di un progetto che funziona bene e spicca il volo. Ma io sono certa che lo farete.

Anche perché a dicembre ci sono i compleanni di entrambi i miei figli, c’è Santa Lucia e deve arrivare anche Babbo Natale. E mi dicono che il vecchio barbuto abbia anche bisogno di un aiutino economico. Mi dicono.